Abbiamo assistito (inermi) a due episodi che, ancora una volta, analizzati a freddo ma collegati rendono chiara la cifra del paese che abitiamo.
Un paese in cui esistono anche storie come quella dell’ingegner Diego De Angelis: dove il verdetto di un giudice che applica la legge suona come un accanimento iniquo e dove la condanna a un professionista diventa, per un padre, una condanna a vita.
“Colpevole” ha detto la legge a De Angelis, direttore dei lavori di una palazzina che crollando – durante il terremoto del 2009 – ha ucciso 17 persone.
“Coraggio”, gli ha mormorato il pm, che pure ne aveva voluto la condanna, cosciente che tra quei morti c’era anche la figlia dell’ingegnere che adesso dovrà aggiungere allo strazio del lutto, la pena di esserne stato il responsabile.

Attendevamo con ansia le tardive risposte della giustizia a tre anni dal sisma che ha raso al suolo l’Aquila. Ci sono centinaia di fascicoli aperti che cercano di far luce su responsabilità, colpe, disattenzioni, precauzioni non prese. Ci sono delle risate incoscienti appese a mezz’aria che raccontano di uomini piccoli, di grandi appalti messi in piedi in nome di una ricostruzione che deve ancora ricominciare e la prima risposta che la legge ci restituisce, arriva da un container adibito ad aula di tribunale. Ed è amara come la reazione di questo padre condannato due volte: “Dovevo morire io, quella notte”, ha detto al proprio avvocato.
Invece no. Lui è sopravvissuto e colpevole. Di omicidio colposo plurimo, disastro colposo e lesioni. Tre anni di carcere e cinque di interdizione dai pubblici uffici, ha stabilito il tribunale dell’Aquila. Che è stato chiaro: la palazzina non ha retto perché i lavori erano fatti male. E i lavori li aveva firmati lui.
Giustizia e legge che si fronteggiano e si dichiarano guerra a colpi di sentenza.
Dolore che si aggiunge a dolore, che precipita e infierisce su un popolo abruzzese già provato che ancora piange 309 vittime, 1500 feriti e un numero incalcolabile di traumatizzati.
Tutto questo mentre ancora ci ronzano nelle orecchie, fastidiose come mosche che non riusciamo a cacciare via, le parole del capo della protezione civile Gabrielli.
Un’altra sentenza: arbitraria e immotivata: “Il popolo emiliano ha reagito meglio di quello abruzzese al terremoto”, ha detto Gabrielli. Parole che sappiamo essere state dette perché registrate, ascoltate, riascoltate. Altrimenti si stenterebbe a pensare che proprio chi deve tutelarci (ed è pagato da noi) si permetta di affermare ciò che vero non è in spregio del minimo rispetto per chi da un minuto all’altro si è trovato orfano o vedovo.
Senza pudore per un territorio in cui, vale la pena ricordarlo, è crollato ciò che rappresenta tutto: la casa, le chiese, i monumenti. Città intere. Paesi rasi al suolo.
E bene ha fatto il sindaco dell’Aquila Cialente, a sottolineare con eleganza come il caso Abruzzo sia stato più unico che raro in quanto a gestione fondi post sisma. E ha fatto ancora meglio a non cadere nella sottolineatura (pur legittima, ma strumentalizzabile) di come non sia paragonabile il dramma di un territorio in cui è crollato il motore dell’economia, da quello in cui è stato cancellato il passato storico, artistico, culturale e  – speriamo di no – il futuro.
Il popolo abruzzese, fiero, riservato, forte, dignitoso, non meritava un altro schiaffo dopo quelli incassati. Non meritava anche la sentenza emessa dal capo della protezione civile.
Quanti Gabrielli dovremo ancora sentire senza che la legge possa far loro nulla e quanti De Angelis dovranno ancora sopportare senza riuscire a vedere ancora la giustizia?
Ma soprattutto: quando le parole pesano come sassi e si abbattono sulle persone, chi paga per i danni lasciati da queste macerie?
Risposte che vanno cercate e restituite. Perché in un paesotto che fa fatica a partorire una legge anticorruzione seria, non ci si può rassegnare al fatto che il pm che ha fatto sì che l’ingegner De Angelis venisse condannato, gli si sussurri poi:
“C’è pur sempre l’appello”.

Categoria: Archivio

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