A distanza di una settimana succedono in Italia due fatti. Diversi tra loro per il luogo in cui si ambientano e per l’eco che hanno suscitato. Solo i protagonisti dei due episodi hanno dei punti in comune: sono persone note, sono persone influenti, hanno un ruolo di spicco nei reciproci campi di appartenenza. Hanno persino lo stesso nome di battesimo: Francesco Totti e Francesco Storace.
Il primo fa parlare di sé il 6 maggio, quando – dopo aver assestato un calcio a Balotelli – si attira le ire dei puristi dello sport: il gioco deve essere pulito, l’atto è stato vigliacco oltre che vandalico, il fair paly dev’essere di esempio al popolo tutto e via dicendo. Tutto vero, come dire il contario? Persino il Presidente della Repubblica è interventuo, ha definito il gesto “cosa inconsulta” e si è detto preoccupato dalla violenza. Tra l’altro mettiamoci anche che Totti è un esempio per molti giovani e non, un ragazzo che oltre a essere un talento ha fama (meritata) di persona molto generosa, un uomo completo (lavoro, moglie, famiglia…). Insomma, mettiamocele tutte le aggravanti perché è giusto così. Tralascerei in questa sede il fatto che in realtà il calcio stia sempre più trasudando la sua vera indole: quella di una seconda verità nascosta nelle intercettazioni che porta a risultati truccati e a partite vendute. Ma questo pare irrilevante rispetto al gran quantitativo di soldi che fa macinare. Non a tal punto però da permettere di evitare che l’atto di Totti venga stigmatizzato come inappropriato. Perché in questo caso, guarda un po’, si tratta di nuovo del calcio-gioco. Perché la “filosofia della pedata” non può e non deve accettare un calcio assesstato a tradimento. E soprattutto perché Totti è persona pubblica.
Benissimo.
E l’ex governatore della Regione Lazio? Che tipo di gesto è quello di Storace, documentato con video che girano in Rete, che il 13 maggio tira una cartellina contro il suo avversario politico minacciandolo di percosse? Succede tutto nella prima decade di maggio quando a Roma, in Campidoglio – durante un consiglio comunale – si dibatte sull’approvazioone del progetto delle torri di Renzo Piano e si evita per un soffio la rissa tra lui e De Luca. I fatti: si inizia con le urla di Storace, segue il lancio di una cartellina attraverso la sala che colpisce il consigliere Athos De Luca (che aveva chiesto le sue dimissioni per la condanna). E poi il resto sono insulti, improperi e ovviamente le scuse con orpello di provocazione subita.
Qui non si vuole fare un’analisi politica. Non è né interessante né utile. A questi livelli, poi, men che meno. Si vuole invece capire perché noi cittadini (che paghiamo le tasse e quindi gli stipendi della nostra classe politica) dobbiamo assistere con rassegnazione a delle forme di ignoranza manifeste e non redarguite. Perpetrate non da gente qualsiasi, ma da quella che dovrebbe essere di esempio. Da quella che siede in luoghi istituzionali a rappresentarci. Noi non dovremmo accettare la passività, che poi si trasforma in oblio, rispetto ad alcuni comportamenti che sono ai nostri danni. Sia che siano visibili sia che non lo siano. Primo, perché se passano una volta senza conseguenze potrebbero poi ripetersi. Secondo perché non si può accettare che persone che dovrebbero essere d’esempio diano questo esempio. Terzo, perché si innesca il principio delle differenze tra pari. E questo è inaccettabile. Soprattutto in un paese che pretende l’abito di riguardo per chi deve mettere fisicamente piede dentro ai palazzi del potere. Il che tradisce l’obbligo di un certo rispetto per cariche e luoghi istituzionali. Ma solo da noi lo si pretende questo rispetto? Che ossequio ha verso questi titoli chi addirittura li rappresenta? Ma soprattutto: che immagine dà di noi? Perché, si veda, di sé chiunque può desiderare mandare in giro quel che ritiene opportuno. Ma se rappresenta noi, no. E questo dobbiamo capirlo. Per poter pretendere, dobbiamo capire. Che, tanto per non salvare nessuno, non si può dire culo (Lupi) e Vada a farsi fottere davanti a milioni di italiani (D’Alema). Che non si può “parlare come si mangia” se si mangia diversamente (eccome!) dal resto del Paese. Che la nostra sopportazione deve – deve – avere un limite e che dobbiamo considerare che questi connazionali che hanno più lustro di noi, il rispetto lo pretendono: proprio da noi. E perché a noi non lo danno?
Se dunque è stata eccessiva la valutazione del famoso pollice verso del capitano della Roma (lo sfottò è parte integrante delle competizioni, chi lo nega è ipocrita), benvenga, invece, la considerazione severa per il gesto di Totti ai danni di Balotelli. Perché nessun gesto aggressivo può trovare giustificazione nella provocazione. Ma questo deve valere sempre, politici compresi. Altrimenti rischiano di diventare un po’ troppo pesanti questi due pesi e due misure.

Categoria: Archivio

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