Quando conobbi Maria le feci e mi feci una promessa: sarei riuscita a raccontare la sua battaglia silenziosa, sommata a quella di molti altri suoi coetanei. Ho ancora ben impressa nella mente e negli occhi la frase che campeggiava sullo striscione appeso da parte a parte della balconata del Teatro Valle: Com’è bella l’imprudenza. La rilessi un paio di volte: Suona bene, pensai. (E’ un mio vezzo quello di ascoltare il suono delle parole e poi sentirlo).

Maria tra l’altro stava esattamente sotto allo striscione, era impossibile non notare sia lei che la scritta impressa con la vernice.
Non so più quanto tempo siamo state insieme, mi dedicò ore o forse un pomeriggio intero che poi si trasformò in serata. Dovunque mi girassi c’erano testimonianze da raccogliere e dovunque cercassi c’erano persone pronte a dedicarmi tempo per far capire il senso della loro azione.  E poi c’erano bambini, attrici, attorti, una ragazza incinta, una regista arrivata da poco dall’India, una troupe televisiva giapponese….
Al primo tentativo fallii: al giornale non interessava il racconto di un’occupazione come tante che forse, chissà, sapeva pure un po’ di politica nascosta.
Il fatto, ma allora non si capì, era che il movimento che si andava animando non era  un’occupazione come tante altre: non a caso il Teatro Valle è ancora presidiato, tutti dentro al suo grembo, giovani e meno giovani, artisti e lavoranti, studenti e cittadini, a difendere un bene che è di tutti e di ciascuno in nome della cultura che è un bene comune.
Ci sarebbe voluto ancora qualche anno per far sì che questa espressione, per il solo fatto di circolare di più, diventasse essa stessa di tutti. E che da sola bastasse a chiarire la differenza, ad esempio, rispetto a un bene pubblico. Il parco è un bene pubblico, perché ha un proprietario: lo Stato o il comune; l’aria è un bene comune perché è di tutti e tutti ne sono proprietari allo stesso modo. Ovvero, non è proprietà di nessuno.
Come accade  – o dovrebbe accadere – per l’acqua. Anche questa, una lotta da raccontare.
Una lotta che però non racconterò, per lo meno non in Divieto di Sosta. Anche se mi sarebbe piaciuto e infatti già ci si era cominciato a lavorare.
Con oggi, stop.
E – in deroga al suo nome –  Divieto di Sosta si ferma assieme alla speranza, riposta e nutrita, che nei caldi pomeriggi estivi le case degli italiani possano ospitare l’informazione e l’anguria. Servite contemporaneamente dopo pranzo e prima del pisolino.
Personalmente le avrei trovate perfette: un’accoppiata vincente che andava solo promossa e aiutata. Qualcuno azzarderebbe sostenuta, altri più triviali: pubblicizzata.
Io dal canto mio mi sbilancio non poco: a suo modo sarebbe stata anche elegante, quest’accoppiata. Perché se d’estate vicino all’informazione c’era l’anguria, d’inverno ci sarebbe stato il tocchetto di cioccolato. Oppure l’arancia sbucciata accanto al termosifone, le bucce sulla ghisa e sai che profumo. Abitudini. Ovvero, processi da costruire lavorandoci su bene e chiedendo tempo in modo da rendere tutto routine.
D’altro canto, la memoria mi inganna o a vincere è sempre stato il gradimento? Quel fenomeno strano e fuori moda, dal passo lento ma costante…
Sì forse mi inganna, la memoria. Perché i dati hanno ragione: dicono che l’informazione non vada bene con l’anguria: già sono difficili da digerire ognuna per conto suo, figuriamoci ingurgitate tutte e due insieme e per di più a stomaco già pieno…
Ridiamoci su perché va così… E d’altro canto vent’anni di oblio  – e a chiamarlo oblio siamo buoni – non te li scrolli di dosso come se niente fosse. Per cui da sabato si va in vacanza tutti e l’anguria ce la si mangia sotto all’ombrellone o davanti a un film.
Peccato, sospiro ancora io.
Io, che però un risultato me lo riservo. Mentre mi giro tra le mani il cellulare con l’sms di Maria che mi ringrazia mi rendo conto che la promessa che le avevo fatto anni prima l’ho onorata davvero. Lei e tutti gli altri che come lei trascurano la propria vita per scongiurare il pericolo di svendere mura comuni nelle quali si macina arte, mettendo in pratica i criteri di Stefano Rodotà e Ugo Mattei, sono entrati – dopo anni di attesa – in una puntata di Divieto di Sosta.
Che andava migliorato, perfezionato, sicuramente ripulito del superfluo (visto che asciugare è sempre la regola cardine) ma di certo non alleggerito.
Anche perché chi mangia l’anguria dopo pranzo lo fa con la bocca e può benissimo seguire l’informazione con la testa. O no?
Il Teatro Valle è andato in scena nella controra televisiva e lo hanno conosciuto cittadini diversi da quelli che lo avrebbero visto in altri orari.
A dimostrazione che l’informazione va fatta ostinatamente circolare dandole il tempo che le serve per digerirla.
Com’è bella l’imprudenza. Ma deve esserci la volontà, se no siamo fritti.
Oggi, dopo un mese e mezzo preciso, DdS chiude i battenti.
Nell’ultima puntata i protagonisti saranno i bambini e la cultura che ruota attorno al loro mondo: tv, editoria, internet, teatro, musica…E non poteva essere altrimenti: è sullo slancio verso il futuro e sulla convinzione che è sulla cultura che bisogna basarsi per poter poi, se necessario, difendersi che abbiamo voluto puntare per lanciare un piccolo sasso-messaggio di cui questo Paese pare avere un bisogno smodato.
A proposito di Com’è bella l’imprudenza: doveva essere davvero notevole il suono di queste parole se anni dopo scopro che sono, tra l’altro, il titolo del primo ebook interamente ideato, curato e pubblicato dalla redazione del blog collettivo il lavoro culturale: una cartografia dei teatri italiani occupati nell’ultimo anno e mezzo e ne raccoglie le autobiografie.
Vedi tante volte, a vederci giusto e a non fermarsi? A non arrendersi?

p.s.
grazie a tutti coloro che su questo blog mi hanno chiesto come mai per due giorni non fossi stata alla conduzione di DdS: banale influenza!

Categoria: Archivio

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