Ho scritto questo articolo nel 2000. Ed è stato pubblicato sul settimanale Caffè Europa.
Allora la pizzica salentina e il fenomeno delle tarantate in genere non erano conosciuti come oggi. 

Eppure quel mondo mi parve interessante.
Tanto che decisi di approfondire l’argomento, scrivendo una serie di articoli. Questo è il primo.

Il Sud. Quello della festa, quello del pianto, quello del canto. Il Sud simbolico, rituale, favoloso. Quello dei guaritori e delle loro clientele accanto a quello del gioco della falce, del lamento funebre, della malattia magica. Ma anche quello mitico e fuori dal tempo, come un muro assolato, un vecchio che aspetta, lo scialle di una donna. Il Sud del tarantismo, che vibra al suono del violino e del tamburello, che soffre ballando. Che ballando rinasce. Il Sud fermo lì: difficile e senza scelte, senza scampo. Come un bianco e nero senza possibilità di riscatto.

A permettere di rivisitare il Meridione degli anni Cinquanta attraverso gli scatti di Arturo Zavattini, Franco Pinna e Ando Gilardi è la mostra fotografica I viaggi nel Sud di Ernesto de Martino ospitata, fino al 28 maggio, a Sesto Fiorentino presso la villa S. Lorenzo al Prato. Nata da una collaborazione tra l’Istituto Ernesto de Martino e Bollati Borighieri Editore (per i cui tipi è uscito il prezioso volume che da il titolo alla mostra), l’iniziativa punta i riflettori sull’espressività popolare e, soprattutto, sul particolare metodo di ricerca con il quale de Martino anticipò quella che oggi è definita “antropologia visuale”. “Curiosa. Definirei così questa mostra, perché accanto alla povertà dei mezzi e all’aspetto espositivo quasi inesistente riesce a regalare una forte qualità di immagini, frutto dell’impegno di fotografi che sapevano guardare la realtà”.

Clara Gallini, etnologa e presidente dell’associazione internazionale intitolata al grande studioso, spiega così quest’iniziativa che, aggiunge, “ha una duplice importanza” perché “accanto all’idea di un percorso culturale che guarda al passato per comprendere il presente, si sente forte la spinta all’approccio con mondi diversi. Significa che c’è bisogno di confrontarsi e, soprattutto, di prendere coscienza del metodo conoscitivo cui si è fatto ricorso. Non basta dire che a emergere è la memoria di un passato contadino o la necessità di rivedere come si era prima: quello che viene fuori è la volontà di una ricostruzione. Anche attraverso un appello al simbolismo e al rito”.I viaggi di de Martino, dall’inchiesta a Tricarico (1952) alla “spedizione” in Lucania (1952), fino alla ricerca sul tarantismo nel Salento (1959), effettuati in condizioni precarie per tempi e circostanze, furono organizzati al solo scopo di conoscere una realtà dall’accesso culturale difficile, tanto da richiedere la mediazione di Vittoria de Palma, il cui apporto fu determinante nel facilitare l’approccio con la popolazione locale, soprattutto con le donne. E’ grazie a queste incursioni “in un altro pianeta”, come lo definì lo stesso de Martino, e al materiale fotografico che ne è derivato che oggi è possibile osservare e conoscere un’altra realtà “esotica”, assolutamente lontana dall’omologazione dello sviluppo. Il che non ha significato limitare il campo di studio al solo Sud dell’Italia: la ricerca dell’espressività popolare è un percorso analitico che attraversa tutta la penisola. Ivan della Mea, presidente dell’Istituto Ernesto de Martino, fondato da Gianni Bosio sulla base degli insegnamenti del grande etnologo e della sua équipe per proseguire e incentivare le ricerche da loro intraprese, non crede che ci siano confini di cui tener conto. “Dal punto di vista metodologico, ci occupiamo di tutte le forme espressive autonome a livello di base, sia del contadino che dell’urbano: il nostro scopo è quello di garantire, in Italia, l’indirizzo scientifico della storiografia orale”. Della Mea non esita però a palesare le grandi difficoltà d’accettazione che questo metodo comporta in un panorama di studio fedele ai metodi classici e fin troppo resistente a quelli sperimentali: “E’ ovvio che qualsiasi studio, per accettare questo punto di vista, deve mettere in discussione alcune delle categorie sue proprie. E qui ci sono forti resistenze”.

Il presidente dell’Istituto si dice scettico nei confronti delle riscoperte cicliche dell’etnografia. Piuttosto, preferisce come campo d’azione quello di una ricerca globale che tenga conto dei processi di sviluppo e che cerchi la registrazione dei fenomeni in progressione. In questo senso, uno dei terreni d’analisi privilegiati è la musica, soprattutto “la canzone popolare”, fondamentale perché è stata, ed è, “strettamente correlata alla vita dei popoli contadini”. Ma proprio per questo “va assolutamente contestualizzata”, precisa della Mea: non va dimenticato che questa musica, sottratta al suo ambiente, perde senso e ragione di essere. Non è un caso, infatti, che organismi come l’Istituto de Martino, autofinanziati e forti delle risorse di chi vi si adopera, collaborino con associazioni indipendenti come la Società di Mutuo Soccorso di Venezia, la Lega di cultura di Piadena o l’Associazione Aramiré, impegnata, oltre che nella pubblicazione di libri e nell’approfondimento di un percorso di rivisitazione storica che va dagli anni Settanta a oggi, nella divulgazione di musica popolare salentina. “La musica è determinante in operazioni di ripristino e di diffusione di culture specifiche perché rappresenta un momento di sintesi delle realtà di cui è portavoce e di quelle popolari in particolare” spiega Luigi Chiriatti, presidente di Aramiré e leader dell’omonimo gruppo musicale nato nel 1996. Una musica regalata “tutta dagli altri, dagli anziani”. Lui stesso racconta di aver imparato dagli antichi cantori, “ma adesso inizia a essere diverso: si possono frequentare corsi di tamburello e anche a scuola si insegna ai ragazzi a non perdere le loro tradizioni. Bisogna evitare che si ripeta ciò che è avvenuto al canto polivocale, troppo trascurato e ingiustamente”. Ma il dialetto, in questo senso, che ruolo gioca? Chiriatti, che riconosce come guida degli Aramiré la lezione e l’insegnamento di de Martino, non lo vede vincolante o limitativo per la diffusione di una cultura e dei valori che le appartengono: “La musica è musica. E, banale a dirsi, prima di tutto va suonata: lo si può fare bene o male. Una cosa è certa: se non c’è partecipazione, non dipende dal dialetto. Che comunque funziona e va mantenuto”. Questa musica: un tesoro ereditato per diritto. Un gene trasmesso senza saperlo. Potente e maledetta: che non può andare persa e non può arrivare lontano. Ma che forse neanche vuole. Aramiré. Che nell’orecchio resta, come suono. Sì, ma che cosa vuol dire? “Nasce da una filastrocca che diceva proprio così: aramiré, aramiré…una filastrocca che non credo avesse alcun senso o se ce l’aveva non ho mai saputo quale fosse”.

© Chiara Lico

Categoria: Archivio

Commenti

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Facebook
Questo sito utilizza cookies indispensabili per il suo funzionamento. Cliccando Accetta, autorizzi l'uso di tutti i cookies.
Attenzione: alcune funzionalità di questa pagina potrebbero essere bloccate a seguito delle tue scelte privacy