Più di un anno fa e proprio su questo blog si rifletteva su come il giornalismo a volte sia costretto a cedere il passo ad altre forme di comunicazione che diversamente e ben più di lui ce la fanno ad andare a inserirsi nelle pieghe di una società poco avvezza a sentir dire. E quindi, poco addestrata ad ascoltare e ad analizzarsi. Una di queste espressioni veniva individuata nel documentario.

In nuce c’era la critica alla scelta, tutta nostrana ma firmata dal Maxxi, di proibire la proiezione di “Girlfriend in a coma“, documentario sul declino dell’Italia del britannico Bill Emmott e di Annalisa Piras. Era il 2 febbraio 2013. Passarono un paio di settimane e un lettore mi informò, sul blog, che due settimane dopo cancellazione romana, la stessa proiezione aveva fatto il tutto esaurito alla prima milanese al Teatro Elfo Puccini. E che da lì sarebbe andato, in doppia proiezione ai Teatri di Vita di Bologna.

Si riparte da qui. Da questo episodio che a distanza di tempo ancora non allevia la miopia delle gerarchie, iperattive nel mettere a tacere la verità sullo stato comatoso di un’Italia in declino (un segreto di Pulcinella, allo stato dei fatti) per tornare a riflettere sul ruolo di un’informazione approfondita. Sui suoi vantaggi, sui suoi rischi. Sul suo valore.

Si riparte da qui perché  tra meno di una settimana si svolgerà uno dei più interessanti Festival culturali di questi ultimi anni: Le voci dell’Inchiesta. Dal 9 al 13 Aprile la città di Pordenone sarà ammantata da un vortice di proiezioni, anteprime, documentari, interviste per un’ottava edizione dedicata a Carlo Mazzacurati. Un’offerta che anche nelle scelte indica l’urgenza di dire, sì, ma soprattutto di andare a fondo. Di individuare che cosa c’è dietro.

Un esempio per tutti è il documentario sulla tata-fotografa, Vivien Maier. Ma ancheInreallife, sul rapporto tra adolescenti e Internet, con tutte le spine che un discorso del genere comporta nei giorni in cui la cronaca ci fa raccontare le storie dei baby prostituti trafficati in Rete.

Ed ecco il documentario. Ecco quell’approfondimento di cui si ha bisogno perché il giornalismo  – come lo si intende tradizionalmente – da solo non ce la fa.

E allora, c’è da chiedersi se sia davvero un caso che proprio il documentario come forma espressiva e produttiva sia soggetto a una maggior e più raffinata attenzione rispetto all’informazione in circolazione. A volte anche a un più intenso boicottaggio. Si pensi a Michael Moore, si pensi ancora a Emmott. La risposta è nella scelta audace che un documentarista fa di prendere una posizione e sostenere una tesi. E di svilupparla, costi quel che costi. Di approfondirla.  Attraverso un meccanismo che ha la stessa tenuta di una serialità (cioè lo scavo) ma con i tempi dell’attualità. Adottandoli, questi tempi perché si tratta spesso di narrazioni innovative, tecnicamente e lavorativamente. E interpretandoli. E così il racconto dell’oggi diventa affresco di un’epoca.

Ecco dunque che in questo senso il documentario ha in sé un doppio valore. Produttivo: di scelta, confezionamento, stile, impronta, e storico: perché decidere di voler approfondire una sfaccettatura della realtà che ci circonda (piuttosto che un’altra) ha già in sé la potenza di qualcosa che si individua come storicamente rilevante. E quindi da raccontare.

L’allerta dunque c’è. Sarà curioso per me vedere le reazioni a due documentari di cui ho la fortuna di poter moderare il dibattito successivo alla proiezione. In particolare, quello tra i due che più va a toccare un nervo scoperto di questi ultimi mesi: la questione russa e la ribellione che cova al suo interno. Pussy versus Putin, si intitola. Lo firma il collettivo Gogol’s Wives. Un lavoro che traccia le dimostrazioni, i sostenitori e gli oppositori delle punk anarchiche che hanno sfidato il Cremlino. Tutto in presa diretta, comprese le registrazioni da dietro le sbarre.

Una fotografia dell’attuale troppo coincidente con altri scatti (d’orgoglio) che vengono dalle nostre parti. Se è vero che nella riunione parigina di tutti i ministri della cultura europei, dove un grido collettivo si è alzato in nome della cultura come anima dell’Europa che va difesa, una voce (ma forse saranno state le orecchie mie), è stata particolarmente acuta e piacevole: quella della francese Fiippetti, che solo un concetto ha ribadito forte: “La cultura è resistenza”.
Una frase che andrebbe ripetuta, come un dogma e come un mantra. Soprattutto nei periodi di stanca e di sofferenza.
La cultura è resistenza. 
A ben guardare molti dei protagonisti dei documentari che stanno per essere presentati a Pordenone, da Olivetti alle Pussy Riot, che cosa hanno fatto o stanno facendo se non resistere, cioè informare, far sapere? Così come quelGirlfriend in a coma, censurato un anno fa: voleva lanciare a un’Italia morente solo un invito: Fai sapere di te. Cioè, Resisti.

Categoria: Archivio

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