Nutrirsi bene costa fatica, tempo e dedizione. Soprattutto in questi giorni, in cui si passa dall’antipasto di Europee in salsa rosa che ci viene imposto dal mattino alla sera al tris di pene a scelta da somministrare a Berlusconi. Segue un secondo piatto di intestini tradimenti e via via ci si ritrova, non a caso, alla frutta. Tutto perfettamente previsto e guai a uscire da questo prezzo fisso: il menù delle informazioni light è servito. E poi. Poi ci sono le delizie, che per definizione sono rare. Da selezionare con cura: vanno scelte, scremate e richiedono pazienza. Davanti al banco bisogna investire tempo. Sono le seconde verità. E vanno capite. Non in quello che dicono ma per quello che tacciono. Fiumiciattoli carsici e apparentemente minori che però – una volta che ci hanno fatto rinfrescare le idee – ci fanno riscoprire un appetito insaziabile. Anche perché non sono dirompenti, come la legalizzazione della fecondazione eterologa e la morte della legge 40; o come la sentenza (subito impugnata dalla Procura) che prevede la ratifica del comune di Grosseto del matrimonio celebrato a New York dei due italiani, Stefano e Giuseppe. Sulle quali molto ci sarebbe da dire. No, qui il problema è contrario. È che secondo le regole della cosiddetta notiziabilità (il criterio per cui si stabilisce che un’informazione sia una notizia, ndr) non c’è spazio in prima pagina sulla decisione di Mosca di chiudere “The Voice of America”, la radio ascoltata da 30 milioni di russi ai tempi dell’Urss. Una notizia che fa rabbrividire nei giorni in cui Pordenone ospita, bizzarra la coincidenza, “Le voci dell’inchiesta”, con artisti, documentaristi, narratori dell’immagine, del suono e della parola che vengono da tutto il mondo. E dove faranno la loro parte anche il regista X e Y, i due coraggiosi attivisti anonimi russi che in spregio del pericolo vero, hanno documentato con il loro collettivo Gogol’s Wives le azioni eversive e contrarie al Cremlino delle Pussy Riot. Una Russia dal doppio binario, dunque. Che da un lato va all’indietro, sfronda la linea del tempo conquistato e si dichiara ostile al resto del mondo.

Un Paese che si blinda in sé e decide, unilateralmente, di bandire l’emittente statunitense dalle sue frequenze. Una radio che è parte della storia della resistenza, se negli anni Settanta milioni di cittadini si sintonizzavano di nascosto solo per sapere, solo per conoscere. La Russia, insomma, che usa come arma l’imposizione del silenzio, mettendo a tacere possibili influenze, con pensieri diversi e dove il prezzo maggiore lo paga sempre l’informazione libera che circolando fa crescere e rende evoluti. E, a pioggia, lo paga chi non può usarla e giovarsene. E poi l’altra Russia. Che rischia la vita e non si rassegna. Che deve, suo malgrado essere clandestina e nascosta, ma solo per essere più libera dopo. Sarà interessante vedere e tastare con mano la reazione di chi vedrà domenica vedrà il documentario, tutto girato in presa diretta e in condizioni al limite del pericolo. Eppure quel che colpisce è che non una volta – come invece è abitudine dalle nostre parti – la telecamera né chi vi stava dietro è mai stata oggetto di aggressioni oscurantiste o minacce. Segno che anche nelle condizioni peggiori, la necessità di dire e di documentare è salvaguardata. Buon per chi lo vedrà. Male per tutti noi, invece, che alcune notizie non le eleggiamo a degne della massima attenzione. La chiusura di “The voice of America” era una di queste. Nel servirla come piatto del giorno l’Italia avrebbe fatto la parte dell’intenditore buongustaio. Invece silenzio. E il silenzio è un messaggio chiaro: significa stabilire a monte che non c’è nesso di causalità tra gli eventi. Ovvero: tutto quel che sta accadendo accanto a noi, anzi addosso a noi – tra mire espansionistiche e atteggiamenti egemonici è un fatto. Punto. Da prendere così com’è, nessuna domanda, nessuna risposta. Significa che non vale la pena lo sforzo di collegare questo presente da tenere sott’occhio non solo perché è nostro vicino di casa ma perché è un auspicato e ostinato ritorno ai tempi della Guerra Fredda. Non vale la pena capire il rischio estremo che corre una porzione di mondo e gli sforzi fatti fino a ora per chiudere capitoli considerati irripetibili. E non vale la pena il ruolo dell’informazione vera, da difendere con le unghie e con i denti, che è il cardine delle democrazie e delle loro voci. Soprattutto, una notizia così indigesta servita su un piatto d’argento ci avrebbe fatto il regalo doppio di farci subito passare la fame e di far uscire allo scoperto i nostri politici. Che al bivio avrebbero dovuto scegliere. “The Voice of America”: sì o no. Russia di Putin o Russia versus Putin. Dude, where’s my country?, si chiedeva Michael Moore quando andava in giro per l’America di Bush junior e giorno per giorno si rendeva conto – e documentava – che ai cittadini che non ne potevano più bastava tener nascosta la verità per farli andare avanti a far la più idiota delle guerre… Viene voglia di riformularla adesso, quella domanda. Adesso che questa Voce d’America (e d’Occidente) viene messa a tacere e che nessun’altra qui, le ha fatto da contraltare. La controinformazione, alla fine è questa. Ed è digiuno volontario che fa bene, se depura dalle tossine che inquinano. E se consente ancora di covare la forza per chiedere: Ehi, signori politici, dov’è il nostro paese? Che fine gli fate fare? Ma soprattutto, voi: dove state? Da quale delle due parti?

Categoria: Archivio

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